Atene

 

26.3.'93, Grecia, Atene, Teatro Pallas, i Madredeus entrano sul palco con dimestichezza, quasi trovassero nel palco ligneo il pavimento di casa, l'attaccapanni, la cucina e la camera da letto.
Si inoltrano sulle assi con la tranquillità di chi sta passeggiando per una via centrale di una piccola cittadina, fermandosi davanti alle vetrine dei negozi e agendo con quegli automatismi che ti permettono di pensare e di trovarti altrove, mentre il tuo corpo svolge i compiti che il mondo ci richiede. Ma in questo caso, non sembra essere il mondo a richiedere l'esibizione dei Madredeus, ma la circostanza, il luogo, l'ora, le luci e la percezione alterata dei sensi che abbiamo quando il compiersi dell'arte si fa intuire prima di manifestarsi pienamente. I Madredeus non erano nulla più che necessari. Il vestito degli strumentisti è il solito, elegante ma inapparente, di quell'eleganza conseguente alla tua espressione, di quell'eleganza che è ovvia conseguenza del tuo sguardo. Teresa è stranamente vestita, in nero. Una gonna al ginocchio su due scarpe che paiono provenire da un'altra epoca. In quella foggia antica che avvicina per umiltà e nobiltà il piede alla terra che accarezza, rendendo l'intera persona quasi una appendice del suolo, una scolpita e snella stalagmite. Indossa una giacca ampiamente scollata vagamente mascolina che apre il suo sguardo su di un body nero nè pudico, nè malizioso; semplicemente inquietante. L'acconciatura è selvaggiamente tradizionale, raccolta sulla nuca, mentre una fascia nera avvolge la bella testa lasciandosi scappare sulla guancia destra un ribelle e lungo ciuffo che nella sua ombra sulla pelle strappa il viso da quella apparente tela che è il palcoscenico per donarlo ad una realtà che lo brama. Lo spettacolo inizia al buio. Oscurità che soffoca la platea e stende il suo velo su tutto il palcoscenico lasciando luminosa la pelle bianca di Teresa avvolta sul microfono come a proteggerlo. Il viso di Teresa è l'unica sorgente di luce, l'unica fonte sonora, l'unica presenza reale in quel momento d'arte. Teresa è sola in uno spazio alterato da quello che vogliamo farne. Il buio fa del teatro un mondo a sè stante ove la voce di Teresa è l'unica musica e il suo viso l'unica presenza. La canzone parla di Lisbona e si intitola "A Cidade". L'esecuzione è rallentata, pulsante e alterna l'onda alla risacca sulla spiaggia della platea. Ci verrebbe da dire "Panta Rei", tutto scorre, e, riferendoci alla musica dei Madredeus, avremmo ragione. Teresa canta ad occhi chiusi, graziandoci del suo sguardo, del suo sorriso e lasciandoci lo spasimo sofferente che la inarca sul microfono in una torsione simile a quella di un bacio, un bacio tanto atteso che può far male. Apre gli occhi quando smette di cantare, quasi come se lo sguardo ed il canto avessero la medesima origine e quindi, forse, la medesima causa. Lo spettacolo prosegue, necessario, conseguente. Si arriva morbidamente a "O Pomar das Laranjeiras" e alle prime note il mio cuore sembra volersi schiantare contro le costole.E' una Teresa nuova, assolutamente inaspettata. Una Teresa che mi ha definitivamente cambiato le carte in tavola.
Pronuncia le prime parole, mentre il suo corpo comincia a flettersi, come un corpo rigido sottoposto ad una forza soverchiante. Una flessione che sembra dovuta alla gravità della musica, come se il corpo di Teresa materializzasse sopra di sè lo spirito di essa per sostenerlo, nonostante il peso del suo tono. Chiude gli occhi, mentre la pelle del viso si stende e si contrae in modo innaturale.
Una mano è aggrappata saldamente al microfono, quasi a farne un appiglio per una scalata, lo spigolo di uno scoglio sul quale il suo cuore è naufragato. L'altra mano, la sinistra, sale al viso, come se volesse anch'essa afferrare l'appiglio drammaticamente troppo piccolo per due mani. La mano quindi si torce all'indietro, spalancata nel tentativo di aprirsi più di quanto concesso per natura, nell'atteggiamento di chi sta soffrendo troppo per poter sopportare e cerca di sfogare questo dolore sulle estremità che vengono quindi agitate, torte e piegate. La voce è inconcepibile, ed è per questo che i sensi si rifugiano sul viso di Teresa, sulla sua mano vibrante per lo sforzo. Teresa è incredibilmente bella. Non la vidi mai tanto bella, tanto realmente bella, tanto veracemente bella. Bella di una bellezza maliziosamente esposta e nascosta; il trucco è scuro, maliardo, tentatore. Il vestito è l'essenza di un contrasto di volontà: di chi non vuole provocare e di chi vuole affascinare e sedurre. E' una Teresa di una bellezza blasfema. Realmente blasfema, poiché nel suo esibirsi vi è una sfida, un oltraggio, la proposizione di un divino di origine pagana, umana, peccatrice. Così come il "San Matteo e l'angelo" di Caravaggio era blasfemo, non tanto per la scelta di come ritrarre il soggetto, ma nella bellezza eccessiva della composizione, una bellezza tale da far diventare vere, reali e concrete persone e angeli e che non lo dovevano essere, così Teresa Salgueiro è blasfema poichè concretizza idealmente quel binomio, quella antinomia di sacro e profano, di terreno e di celeste. Newton unì i due mondi, celeste e terreno, con la scienza. Teresa Salgueiro lo fece quella sera cantando e guardando. Teresa cantò quella canzone in un modo che offese le mie orecchie, la mia capacità di comprendere, e tutto il mio sentire. Ne fui offeso poichè per la prima volta mi accorsi di come sia possibile rendere percepibile una intensità di sentimenti superiore a quella che abbia mai provato. Alterò la canzone, la rese propria, la rese frutto dell'attimo, del sacro furore dell'interpretazione. Così facendo la rese vera, materializzò il suo amato, il campo degli aranci e diventò l'autrice di quelle parole e la protagonista di quella storia, di quell'amore. Non ho mai sentito Teresa cantare così. La fine della canzone provoca un crollo emotivo, un abisso di silenzio riempito dai lamenti dell'anima ormai assuefatta a quelle note. Segue "Amanha", mattino, dove Teresa diventa altra, diventa gioia, diventa allegrezza e purezza campestri. Guarda il cielo che il suo sguardo ha dipinto sul soffitto e sembra vedere realmente quell'azzurro inspiegabile di cui parla la canzone. Ci racconta la sua storia e il suo viso trasfigura per la gioia in quella contentezza che trova la sua genuinità nel riflesso che ha in chi la osserva. E' immediatamente percepibile e, a differenza di quella dipinta, fluisce dallo sguardo, dalle mani e dalla voce ed è in grado di cambiare la vita di chi la testimonia. Il concerto finisce descrivendo la fine di un ciclo naturale accelerato e intensificato dalla musica. Così come l'acqua, la musica dei Madredeus si è innalzata dal mare della musica fino al cielo terso della pura idea per poi piovere su di noi dissetando la terra della nostra anima. E come il cielo dopo ogni pioggia, la mia anima ha un colore più intenso, più puro, più vero.

Corvinus

dal sito Madredeus - O Porto - http://go.to/madredeus