New Jersey

 

© Ilídio Martins/Luso-Americano

31 Ottobre 1997 Il minimo che si possa dire sul concerto di Madredeus al New Jersey Performing Arts Center (NJPAC) è che ha sorpreso molta gente, la maggior parte negativamente, per il fatto che gran parte del pubblico (se non la sua maggioranza) non conosceva le canzoni più recenti della nuova formazione di Pedro Ayres Magalhães e Teresa Salgueiro che, lo si sappia da prima,"iriam preencher na íntegra" il repertório del concerto. Non so quale fu il motivo che portò i responsabili per la programmazione del NJPAC a unire i Madredeus e Cesaria Evora nella stessa notte, una opzione che non mi è parsa opportuna. I due concerti consumarono quasi tre ore e mezza (una esagerazione per un programma di questo tipo), finendo per pregiudicare gli artisti e il pubblico. Ammetto che la opzione è stata fatta con buone intenzioni, ma è un fatto che molta gente abbandonò la sala quando il concerto di Cesaria era ancora a metà. E non credo che la ragione fosse che non piaceva lo spettacolo. Meno bene fu anche il tradizionale ritardo dei portoghesi, che mezz'ora dopo che il concerto dei Madredeus era cominciato ancora entravano ritardatari, disturbando coloro che già stavano assistendo al concerto MADREDEUS - Sarà un luogo comune dire che la somiglianza tra gli attuali Madredeus e il progetto precedente è una pura coincidenza. Ma è quello che mi viene da dire dopo aver ascoltato per la prima volta "O Paraíso", l'ultimo lavoro discografico di uno dei gruppi portoghesi che più si sono imposti negli ultimi anni e le cui 14 canzoni che compongono l'interezza del concerto al NJPAC. Al di là del fatto che sia evidente una minore intensità sonora (l'assenza dell'onnipresente violoncello e della fisarmonica lo spiegano), bisogna dire che, anche se non molto, mi parve di vedere una "estetica della bellezza" che è stata manifestata con una nuova sonorità e una forma più elaborata di esprimere l'identico universo poetico e musicale di Pedro Ayres Magalhães, il cervello incontrastato del gruppo e che ora mostra un maggior protagonismo strumentale. Probabilmente la unica coincidenza è la voce limpida di Teresa Salgueiro, l'altro elemento che completa la spina dorsale di questo progetto. Confesso che mi impressionò il fatto che i Madredeus abbiano fissato un concerto completamente inedito per canzoni nuove, praticamente sconosciute alla gente - e che, in un certo modo, segnano una rottura con il passato -, quando sarebbe stato più facile ricorrere ad alcuni successi immediatamente riconoscibili per il pubblico che, mi parve, stesse sperando proprio questo. Se in termini di impatto insieme al fatto che suppongo che sia stato lo stesso pubblico (anche se qui cresciuto di più di alcune centinaia) che assistette al concerto dell'anno passato (Newark Symphony Hall) non mi parve che sia stato un grande successo, la verità è che mi parve che i Madredeus se ne siano usciti bene da questa opzione arrischiata. Di fatto, mi parve che il repertorio presentato giustifichi pienamente un concerto, anche se due o tre canzoni (non ricordo quali) mi parvero francamente meno buone musicalmente. Non mi piacque nemmeno di vedere Teresa Salgueiro annunciare i nomi delle canzoni che eranbo state terminate o di quelle che stavano per essere eseguite (mancanza di un programma dettagliato distribuito precedentemente al pubblico?) e molto meno delle innumerevoli accordature degli strumentisti prima di iniziare il tema successivo. Può apparire insignificante, o anche irrilevante, ma la verità è che distrugge, ovviamente, un certo "incantamente" che un concerto può provocare.